APPETITE FOR DESTRUCTION
MARLA #1.26
"Mi rivolto, dunque siamo"
Albert CamusIn questo numero collettivo di MARLA:
Profumo di rivolta, di Davide Del Monte
Antagonismi, di Elena Esposto
Muscoli e martelletti, di Gloria Riva
Rinuncia al conflitto, di Giuseppe Imbrogno
Negazione, di Dimitri Bettoni
Illustrazioni e collage di npprgl
PROFUMO DI RIVOLTA
Davide Del Monte
Lasciando Torino prima che cominciassero gli scontri - annunciati, previsti, ben organizzati da entrambe le parti - ho cominciato a ragionare sulla giornata appena trascorsa, su cosa ci ha portato fin qui e su cosa ci aspetta nel prossimo futuro.
Primo, collettivi antagonisti e centri sociali (anche dopo essere stati sgomberati!) sono rimasti gli unici ad avere la forza di portare in strada decine di migliaia di persone, cosa che i maggiori partiti, i principali sindacati e le varie organizzazioni del terzo settore non sono più in grado, o non vogliono, fare.
Su questo punto, Torino ha in realtà confermato ciò che avevamo già visto a Milano e in molte altre città italiane durante i cortei dello scorso autunno contro il genocidio a Gaza: nessuna organizzazione formale è oggi capace di raccogliere e trasformare il dissenso in concreta opposizione alle destre al potere.
Un secondo punto per me rilevante è la capacità dei collettivi e dei gruppi informali di imporre un’agenda, per quanto timida, all’opposizione parlamentare e ai media.
Tutti hanno immediatamente condannato le violenze di Torino, prendendone le distanze, ma allo stesso tempo tutti stanno oggi mettendo in discussione il pacchetto sicurezza che era già in via d’arrivo da settimane, nell’indifferenza generale.
La proposta securitaria del governo, prima di Torino, era meno radicale nella sua declinazione dei dispositivi di controllo, sorveglianza e repressione? Forse, ma questo non sposta di un millimetro il punto.
Le proposte più estreme formulate oggi dal governo - e parzialmente già rigettate dal Colle - come il fermo preventivo, lo scudo penale per le forze dell’ordine, la cauzione per le manifestazioni, sono reclamate già da tempo da esponenti di spicco di questo esecutivo, Piantedosi e Salvini in primis.
Se non oggi, arriveranno comunque domani, magari durante il secondo mandato del Governo Meloni e con la nomina di un nuovo Presidente della Repubblica nel 2029.
Invece che continuare a osservare in timido silenzio il lento stratificarsi dei dispositivi repressivi e razzisti, mattoncino dopo mattoncino, non è forse meglio opporsi da subito con forza, anche correndo il rischio di accelerare le dinamiche di nuova fascistizzazione del paese?
Al momento, estendere i confini della lotta mi sembra l’unica soluzione praticabile, se si vuole davvero provare a contrastare un governo che mentre espande la repressione del dissenso, già paventa per un futuro prossimo nuove leggi razziali, che nella neolingua dell’estrema destra vengono chiamate “remigrazione”.
Infine, è inutile ricordare e prendere ad esempio gli efficaci servizi d’ordine della CGIL o dei grandi partiti comunisti di qualche decennio fa: quei sindacati e partiti erano in grado di mantenere l’ordine, perché allo stesso tempo erano in grado di rappresentare le decine di migliaia di persone in piazza e di portarne le istanze nelle massime sedi istituzionali.
Chi scendeva in piazza all’epoca sapeva che le entità politiche che organizzavano la protesta avevano mezzi, capacità, risorse intellettuali, per ricomporre quel dissenso e trasformarlo in proposta politica.
Oggi questo ruolo non è più in grado di giocarlo nessuno, né i partiti, né i sindacati, né tanto meno il terzo settore, perso da decenni in inutili riflessioni su come misurare l’impatto, invece che su come crearlo.
Insomma, se le piazze sono violente, ma piene, mentre le urne sono pacificamente vuote, è perché nessuno a sinistra ha voluto raccogliere le sfide che dal basso, da anni, chiedono giustizia economica, sociale e climatica.
E soprattutto perché quando la puzza di fascismo si fa troppo intensa, non rimane che coprirla con il profumo della rivolta.
ANTAGONISMI
Elena Esposto
Alcune parole non riescono a farsi spazio, altre vengono usate così tanto da perdere significato. In questi tempi di indigestione di parole e di notizie c’è un termine che continua a spuntare nelle narrazioni mediatiche e politiche delle proteste di piazza.
È “antagonisti”, che insieme a “anarchici” (un altro classico) e “maranza” (moda dell’ultimo periodo) forma una formidabile triade a cui si ricorre con facilità per definire le frange violente delle manifestazioni. In sostanza, quelli che fanno più casino del consentito.
Ci si aspetterebbe un po’ più di cura verso le parole, per lo meno da parte di chi ne ha fatto un lavoro. E se anarchico e maranza sono più facilmente riconducibili ai loro contesti di riferimento, anche il loro più vago compagno possiede un significato preciso.
Il sociologo Alberto Melucci definisce l’antagonismo come la forma di conflitto sociale che riguarda il modo in cui le risorse sono utilizzate e distribuite. Il conflitto per eccellenza è quello di classe, dove l’oggetto del contendere sono le risorse produttive, ma a un livello più ampio può riguardare anche le risorse sociali e la possibilità di riorganizzarle, di modificarne la struttura e i meccanismi di appropriazione.
Per Melucci antagonismo e conflitto non implicano però necessariamente l’uso della violenza. Ridurre l’antagonismo a comportamenti devianti e violenti e relegare il conflitto alla sfera della patologia sociale è un mezzo comodo per legittimare le misure repressive. Tuttavia, è una visione fuorviante e fallace.
In Italia tra le realtà considerate antagoniste, oltre ai centri sociali e i movimenti no global, no Tav e no Muos, ci sono anche i collettivi antifascisti, le realtà che difendono il diritto alla casa, quelle che lottano contro la repressione dello Stato e contro le carceri, i collettivi transfemministi e queer, l’associazionismo sportivo popolare e perfino movimenti di disobbedienza civile non violenta come Extinction Rebellion, Ultima Generazione e Fridays for Future. Spazi collettivi, che si sottraggono alle logiche commerciali e di mercato, costruendo comunità.
L’antagonismo fa paura al potere e allo status quo perché porta alla luce i conflitti sociali e mette in discussione le strutture esistenti. Ma proprio per questo è fondamentale per la vita delle società e della democrazia.
Forse è arrivato il momento di strappare questo termine dalle grinfie di chi lo usa a scopo denigratorio e riconoscerlo per ciò che è: la forza sociale che ci spinge ad evolvere e, si spera, migliorare.
MUSCOLI E MARTELLETTI
Gloria Riva
Rita Rapisardi è una brava giornalista freelance che sabato scorso ha seguito per il Manifesto la cronaca del corteo torinese pro Askatasuna.
In un post su Facebook ha raccontato cosa ha visto nei secondi precedenti al video diventato virale. Ovvero quello in cui si vedono attivisti incappucciati pestare l’agente Alessandro Calista, mentre è a terra.
La giornalista Rapisardi, infatti, era lì vicino e ha assistito alla scena: «Arrivano lacrimogeni ad altezza uomo (cosa vietata). Una ragazza di fianco a me viene colpita. Indietreggiamo. Vedo arrivare da sinistra una squadra di venti agenti in antisommossa che corrono per manganellare quei dieci più vicini, ormai deboli di numero. Uni di questi, esce dallo schieramento e parte, da solo, e si allontana di 15 metri, per inseguire un paio di persone. Le inizia a manganellare, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso e prendono il poliziotto e lo sbattono via, lui cade a terra e da lì ci sono quei secondi immortalati dal video, ormai virale. Perde il casco che non era allacciato e poi i due corpi di martelletto».
Dunque, la testimonianza oculare della giornalista smonta la narrazione del poliziotto vittima di un’imboscata preordinata e mette a nudo la strategia di un governo che preferisce il vittimismo istituzionale alla verità dei fatti.
Il video, decontestualizzato, diventa poi il volano mediatico che consente al governo Meloni di usare Torino come un grimaldello utile a imporre una democrazia a bassa intensità, dove la sicurezza non è la protezioneu dei cittadini, ma la protezione del governo dalle critiche.
Se per garantire l’ordine pubblico bisogna sospendere i diritti civili, allora il problema non è la piazza: è il Ministero.
E lo è ancora di più nel momento in cui il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi coglie la palla al balzo per far calare sulla testa degli italiani un pacchetto Sicurezza che sa di repressione e contiene misure estreme come il fermo preventivo e lo scudo penale.
Ce lo spiega Franco Gabrielli, ex Capo della Polizia e sottosegretario, che le misure del governo sono “populismo penale”.
Gabrielli ha chiarito che nuove norme, come lo “scudo penale” per le forze dell’ordine o l’inasprimento indiscriminato delle pene, non servono a chi sta in strada.
Al contrario, Gabrielli sottolinea come queste misure servano solo a ingolfare il sistema e a dare una risposta emotiva a problemi che richiederebbero invece buonsenso e mediazione. Quando un tecnico del suo calibro avverte che la sicurezza non si fa a colpi di nuovi reati, il governo dovrebbe ascoltare, invece di proseguire sulla strada di una repressione muscolare e legislativa.
RINUNCIA AL CONFLITTO
Giuseppe Imbrogno
Alcuni anni fa, mentre immaginavo la backstory di Alberto, il protagonista maschile di Quello che abbiamo vissuto, arrivò immediata l’intuizione che, nel suo passato, ci dovesse essere l’esperienza del G8 di Genova, perché ritenevo che quell’evento, sia per chi vi avesse fisicamente partecipato sia per tutti gli altri (come il sottoscritto), avesse avuto un impatto determinante sulle scelte e sui percorsi di vita di Alberto e di tutti i suoi coetanei, ovvero quelli che avevano 20-30 anni allora e 45-55 adesso.
Il libro lo scrissi, in modo di fatto inconsapevole, in occasione dei 20 anni da Genova e oggi, a 25, dopo i recenti fatti di Torino (e, più in generale, dopo un’ondata di manifestazioni che in Italia non si vedeva da tempo), il pensiero torna al 2001 e ci torna non tanto per le analogie, ma per le differenze, in particolare per una decisiva differenza tra i due episodi e momenti storici.
Senza voler diminuire il protagonismo e il contributo dei singoli cittadini, il movimento No-global era primariamente il risultato dell’incontro e individuazione di una piattaforma comune da parte di moltissime organizzazioni della società civile tra loro anche sideralmente diverse per dimensioni, storia, valori, matrici culturali di provenienza.
A Genova c’era la CGIL in marcia con i Focolarini in marcia con gli Scout in marcia con i Centri Sociali. Erano organizzazioni “forti”, di un movimento “forte” e, appunto, “organizzato”, “strutturato” e, si badi bene, per nulla intimorito o dubbioso rispetto al conflitto aperto, dichiarato, “formalizzato” con il Potere, istituzionale o meno. A Genova, per capirci, non c’erano solo corpi nello spazio pubblico, ma corpi organizzati in un “corpo unico” e conflittuale.
25 anni dopo a Torino, come nelle manifestazioni per la Palestina, e nel dibattito sociale e politico, di questa presenza forte e unitaria delle organizzazioni della società civile non vi è più alcuna traccia.
Così come appare ormai evidente la pressoché totale rinuncia al “conflitto organizzato”, ovvero l’unico che ha una qualche reale possibilità di influenzare il contesto, diventare Contropotere.
Non c’è qui la pretesa di individuare tutte le ragioni e i passaggi di questo processo, anche se le violenze e la “sconfitta” di Genova hanno sicuramente avuto un ruolo, così come l’onda lunga del Crollo del Muro e il predominio, anche culturale, del neoliberismo e, dunque, della disintermediazione, fino, in tempi più recenti, all’accettazione della sospensione dei diritti civili e sociali in pandemia. Si possono però identificare alcuni effetti di questa ormai evidente rinuncia al conflitto.
Una prima conseguenza riguarda naturalmente le organizzazioni sociali medesime. Schiacciate in un ruolo di pura mitigazione / regolazione, condannate alla mera difesa di diritti residui e non di una loro estensione (diritti sociali e non solo civili), autorelegatesi a una rappresentazione di retroguardia.
Come è pensabile per queste organizzazioni un futuro che non sia quello dell’abbraccio mortale con i padroni del vapore? Come possono pensare di risultare ancora interessanti per le nuove generazioni o, quanto meno, per quella parte di loro che valuta le organizzazioni di appartenenza e riferimento in primis sulla base di una risonanza valoriale? E ancora: se non si è più soggetti conflittuali, non si rinuncia alla propria “politicità” e, dunque, alla propria reale ragione sociale e costituzionale?
Si potrebbe obiettare che le organizzazioni della società civile siano dei soggetti storici e, come tali, non necessariamente eterni, anzi esattamente il contrario.
Si potrebbe anche fare a meno di queste entità formalizzate e, se ci pensiamo bene, oggi queste idee, dall’uno vale uno alle forzature crescenti verso un rapporto diretto cittadino-politico, sono tutt’altro che peregrine e periferiche. Ma, appunto, queste sono proposte perfettamente iscritte nell’ideologia neoliberista e particolarmente diffuse tra le diverse destre che oggi governano e determinano.
Sarà casualità e non correlazione, ma è difficile non vedere come il declino della democrazia rappresentativa e delle organizzazioni intermedie sia connesso e contemporaneo all’affermarsi di sistemi politici e sociali sempre più autoritari e prevaricanti.
Ed è altresì difficile negare come la mancanza di soggetti capaci di rappresentare, organizzare e a volte anche “contenere” le energie che arrivano dai cittadini stia di fatto depotenziando queste stesse energie e i movimenti che essi producono, esponendoli inoltre, ancor di più, al rischio di influenze esterne e infiltrazioni.
Un fiume, per quanto grande e imponente, senza argini robusti diventa palude. Non scorre forte e veloce, ma rallenta presto e poi si ferma. Non sfocia nel mare, ma si perde in mille rivoli. Non scava un solco, non trasforma il paesaggio.
NEGAZIONE
Dimitri Bettoni
Nel 1983 nasce a Torino una delle band più importanti della scena punk italiana, i Negazione, capace di farsi presto conoscere anche all’estero, fino ad essere riconosciuta come una delle band di punta della scena mondiale. Nasce in quella Torino segnata dalla crisi industriale, dai conflitti sociali, dalla caduta delle illusioni del boom economico e del ’68. In risposta arrivano gli anni di piombo e, appunto, il punk. L’atmosfera di quei giorni riempie i loro testi
…sensazioni di impotenza tra atteggiamenti imposti,
tra imposizioni subite in mezzo a lavoro, casa, scuola,
ipocrisie e nessuno se ne accorge,
in mezzo a divise, bandiere e simboli, tra soldati,
maestri e capisquadra, in mezzo ad apatia,
sconfitta e solitudine…
I Negazione scrivono e cantano a e per tutti coloro che non si adattano alla nuova piega del mondo, ad una vita fordianamente standardizzata, alla forma unica che le forze politiche ed economiche del paese hanno dettato come piano per tutti. Tutti pazzi, dicono i Negazione.
…nelle strade, nelle piazze, nei palazzi
i bambini, madri a casa, operai
tanti soldi, una casa, un lavoro
tutti pazzi, tutti pazzi, tutti pazzi!
La band trova in quella rabbiosa e sfacciatamente genuina scena musicale il rifugio poetico e dolcemente violento per tutte quelle persone che sono tagliate fuori perché vogliono essere tagliate fuori, fuori da un sistema che non riconoscono e in cui non vogliono riconoscersi.
Guarda nei miei occhi, c’è odio
guarda nei miei occhi, c’è paura
senti il mio respiro affannoso
cerca di ricordarti un sorriso
la mia mente vaga, cerca sempre un posto
dove riposarsi, è nervosa, non ce la fa più
non può rimanere qui.
E’ una reazione di rabbia, gioia e sconforto mescolati a ritmi assassini di batteria, che risuonano come le raffiche del conflitto di piombo, musica che mescola desiderio di genuinità, connessioni autentiche, e altri modi possibili di vivere. Desiderati, cercati, raramente ottenuti, in quegli anni plumbei dove speranza e disperazione si alternavano come riff forsennati.
Forse stiamo sbagliando
ma chi sarà mai l’eroe del giusto?
Rimettevano così al loro posto i santi dogmi del turboliberismo consumista, smontandoli con la sana etica del dubbio e rivendicando, al contempo, il sacrosanto diritto di decidere della propria vita per sé e per i propri affetti. Per fare questo servirono spazi, fisici e mentali allo stesso tempo, dove costruire qualcosa di alternativo da far crescere e, quando serve, difendere. Questi spazi arriveranno poi, negli anni 90, costruiti con sacrifici e sudore, consegnati a coloro che li comprendono, aperti a tutti coloro che li mantengono vivi e dotati di senso. Spazi dove anche allo stato leviatano viene finalmente imposto un limite, una linea di umanità sottile perché consapevoli di essere pochi, pochissimi, ma non per questo meno veri o con meno diritti.
Continuare a scrivere, urlare, agire, lottare,
essere attivi anche se il tempo passa e nulla cambia.
Confusione, disillusione, crisi, ma
non rinunciare mai ad essere contro
la minoranza rimarrà sempre tale
ma la sua mano lancerà sempre pietre
e la sua bocca lancerà sempre urla
contro coloro che causano dolore
nessun bastardo può distruggere
un desiderio di libertà.
La minoranza accetta di essere tale, ma non accetta di adeguarsi, omologarsi, scomparire. E si difende, con ogni mezzo a disposizione, perché ne va della propria idea, della propria vita, del proprio senso. Specialmente di fronte ad una maggioranza del paese non più silenziosa ma serviente e servizievole, trincerata dietro gli scudi della polizia che difende l’impero, e per questo autodistruttiva.
Omicida per caso omicida per niente
cervello spappolato da stress e da tensioni
nervi a pezzi un distintivo
357 magnum un’arma tremenda
cittadino dell’ordine, spara, spara ancora
colpisci te stesso negli altri
Torino 2026 come Torino 1983, profuma di lacrimogeni e fumogeni. Come allora la minoranza vive nel disgusto e nel rifiuto degli scempi sociali e ambientali, in orrore del consumismo, in odio delle discriminazioni funzionali, delle facili illusioni anestetiche, dell’autoritarismo violento, del perbenismo fine a se stesso. Noi ci siamo ancora.
Noi, rovesceremo l’orgoglio delle vostre automobili
noi distruggeremo la felicità delle vostre domeniche
perché noi, noi vi abbiamo condannati a morte nel vostro quieto vivere.
E non c’è alternativa, siamo qui perché siamo questo, non possiamo essere che questo, piaccia o meno, continueremo ad esistere e a lottare per esistere, perché lo spirito continua.
Io sorrido sopra il mio odio
scoprendomi dentro un amore spesso negato
scopro te nel mio corpo
non voglio ucciderti
Devi solo imparare a conoscermi
io farò lo stesso
e forse allora anche la ferita
farà meno male
lo spirito continua
potremo davvero essere vecchi e forti.
Estratti dalle canzoni (in ordine)
Niente
Tutti pazzi
La mia mente
Un amaro sorriso
Maggioranza/minoranza
Omicida 357 magnum
Noi
Lo spirito continua
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